Relazioni che si ripetono: perché torno sempre nello stesso ruolo?

Benvenuto, questo è il primo articolo del mio Blog

Se è la prima volta che arrivi qui, benvenuto. E in questo caso siamo in due a iniziare qualcosa di nuovo, perché quello che stai leggendo è anche il primo articolo di questo Blog.

Sono Simone Morretta e da anni il mio lavoro mi porta a incontrare persone che stanno attraversando relazioni complicate, momenti di cambiamento, difficoltà familiari, scelte importanti, confini che non riescono a mettere o situazioni nelle quali sentono di essere tornate, ancora una volta, nello stesso punto.

Ho deciso di aprire questo Blog proprio per questo.

Sui social possiamo incontrarci, porci una domanda, fermarci su un pensiero, ma ci sono temi che non stanno bene dentro quindici secondi, una caption o poche slide. Alcune domande meritano più spazio, soprattutto quando riguardano qualcosa che stiamo vivendo davvero.

Vorrei quindi che questo diventasse un luogo nel quale poter ragionare con maggiore calma, senza formule valide per tutti, senza diagnosi improvvisate e senza la pretesa di dirti che cosa dovresti fare della tua vita.

Il modo in cui lavoro parte prima di tutto da una domanda semplice:

che cosa stai vivendo?

Solo dopo possiamo cercare di distinguere ciò che sta accadendo, ciò che forse si ripete, ciò che appartiene all’altro, ciò che appartiene a noi e, soprattutto, dove esiste ancora uno spazio di scelta.

Se qualcuna di queste domande ti è familiare, possiamo partire da qui.

Ho scelto di cominciare proprio dalle relazioni che sembrano ripetersi, perché questa domanda ne contiene molte altre: perché finisco sempre nello stesso tipo di situazione? Perché mi occupo sempre di tutti? Perché faccio così fatica a dire no? Perché ho bisogno di sentirmi scelto? Perché, anche quando cambia la persona, alcune sensazioni sembrano tornare?

Quando cambia la persona, ma qualcosa sembra rimanere uguale

Ti è mai capitato di cambiare relazione, persona o momento della tua vita e, dopo qualche mese o qualche anno, avere una sensazione difficile da ignorare?

La storia è diversa, la persona è diversa, magari anche tu sei cambiato molto, eppure ti accorgi che alcune cose cominciano ad assomigliarsi.

Forse aspetti ancora che l’altro chiarisca cosa vuole, forse inizi nuovamente ad adattarti, cerchi di evitare alcune discussioni, ti occupi molto dell’altro e chiedi poco, oppure continui a cercare segnali che ti confermino di essere importante, desiderato o scelto.

Quando succede, una delle domande più spontanee è:

“Perché mi capita sempre la stessa cosa?”

A volte diventa:

“Perché scelgo sempre persone così?”

È una domanda comprensibile, ma non è l’unica possibile.

Prima di cercare una risposta definitiva, ti propongo di spostare leggermente lo sguardo:

cambiano le persone, ma io quale posto torno a occupare nella relazione?

Perché ciò che si ripete non deve essere necessariamente soltanto il tipo di persona che incontriamo. A volte può ripresentarsi anche il modo in cui entriamo nel rapporto, soprattutto quando abbiamo paura di perdere qualcosa che per noi conta, quando temiamo di deludere, di essere rifiutati o di non essere più scelti.

Questo non significa che tutto dipenda da te, non significa che esista sicuramente uno “schema nascosto” e non significa nemmeno che la causa sia automaticamente nella tua famiglia.

Prima di cercare spiegazioni, preferisco partire da qualcosa di più concreto:

che cosa succede realmente?

Prima di cercare il perché, osserviamo che cosa si ripete

C’è una tentazione molto comune quando qualcosa ci fa soffrire: trovare rapidamente una spiegazione.

“Scelgo sempre persone sbagliate.”

“Non riesco a mettere confini perché sono fatto così.”

“Succede perché nella mia famiglia…”

Una spiegazione può dare sollievo perché sembra mettere ordine, ma può anche diventare una scorciatoia, soprattutto quando arriva prima dell’osservazione.

Due persone possono dire:

“Le mie relazioni finiscono sempre nello stesso modo”

e stare vivendo due situazioni completamente diverse.

Può ripetersi davvero il tipo di persona scelta, può ripetersi un determinato contesto, oppure possono essere alcune nostre reazioni a diventare simili quando sentiamo distanza, conflitto o insicurezza.

Per questo una delle distinzioni che considero più utili è:

prima osservare, poi interpretare.

Non perché il “perché” non sia importante, ma perché rischiamo di rispondere a una domanda che non abbiamo ancora compreso bene.

Cambiano i volti, ma può restare la stessa sedia

Immagina per un momento un tavolo.

Passano gli anni, cambiano le persone sedute intorno, cambia il luogo e cambia anche la fase della tua vita, ma tu potresti ritrovarti, quasi senza accorgertene, a sederti sempre sulla stessa sedia.

La sedia di quello che sistema tutto, di quello che aspetta, di quello che mantiene la pace, di quello che deve dimostrare di meritarsi l’amore o di quello che sente di dover essere indispensabile.

Questa immagine mi piace perché permette di fare una distinzione importante:

la sedia non sei tu.

È una posizione che puoi ritrovarti a occupare.

Dire:

“Io sono quello che deve prendersi cura di tutti”

è molto diverso da dire:

“Mi accorgo che, in alcune relazioni, tendo a prendermi cura di tutti.”

Nel primo caso rischiamo di trasformare un comportamento in identità, nel secondo rimane aperta una possibilità molto più interessante:

posso scegliere quando farlo e quando no?

Cinque comportamenti che può essere utile osservare

Non sono categorie psicologiche, non sono diagnosi e non servono a stabilire “che tipo di persona sei”. Sono semplicemente alcuni comportamenti che possono diventare interessanti quando si presentano più volte in relazioni differenti.

1. Aspetti

Aspetti che l’altro sia pronto, che chiarisca, che cambi, che decida, che finalmente riconosca quello che stai dando.

Aspettare non è necessariamente un problema e, in alcuni momenti, può essere una scelta sensata. La domanda diventa più interessante quando guardando indietro scopri di aver trascorso periodi diversi della tua vita aspettando persone diverse.

A quel punto potresti chiederti:

che cosa sto rimandando della mia vita mentre aspetto?

2. Ti occupi sempre di tutti

Se qualcuno ha un problema cerchi una soluzione, se c’è tensione provi a riportare equilibrio, se l’altro sta male inizi subito a chiederti che cosa puoi fare.

Prendersi cura delle persone può essere una qualità importante e non voglio trasformarla automaticamente in qualcosa da correggere.

Il punto cambia quando senti di non poter non farlo, oppure quando il benessere dell’altro sembra diventare automaticamente anche una tua responsabilità.

Una domanda utile potrebbe essere:

posso essere vicino a qualcuno senza diventare responsabile di tutto ciò che prova e sceglie?

3. Cominci a dire meno per evitare discussioni

All’inizio eviti un argomento, poi scegli le parole con maggiore attenzione, infine alcune cose smetti proprio di chiederle.

Può darsi che le discussioni diminuiscano e che, da fuori, la relazione sembri perfino più tranquilla.

Ma assenza di discussioni e possibilità di esprimersi non sono necessariamente la stessa cosa.

Potresti chiederti:

posso ancora dire no, chiedere qualcosa o essere in disaccordo senza sentire che il rapporto è immediatamente in pericolo?

Questa domanda non ti dice automaticamente se dovresti restare o andartene, serve prima di tutto a comprendere meglio lo spazio che senti di avere dentro quella relazione.

4. Cerchi continuamente di essere scelto

Sei disponibile, presente, comprensivo, cerchi di fare la cosa giusta e magari tutte queste caratteristiche ti appartengono davvero.

Il punto non è smettere di esserlo.

Può però essere utile distinguere tra qualcosa che fai perché ti rappresenta e qualcosa che fai soprattutto per paura di ciò che potrebbe accadere se smettessi.

E qui può comparire una domanda meno comoda:

sto scegliendo questa persona oppure sto soprattutto cercando di farmi scegliere?

Sembrano quasi la stessa cosa, ma non lo sono.

5. Ti senti in colpa quando metti un limite

Dici no e subito senti il bisogno di spiegarti, scegli qualcosa per te e inizi a pensare a chi potrebbe rimanerci male, prendi distanza e ti chiedi se stai diventando egoista.

Il senso di colpa può essere assolutamente reale, ma provare senso di colpa e avere realmente fatto qualcosa di sbagliato non sono automaticamente la stessa cosa.

Può essere utile domandarti:

ho realmente provocato un danno oppure ho fatto qualcosa che l’altra persona non si aspettava da me?

Anche questa distinzione non serve ad assolverti automaticamente, serve a guardare meglio.

Se osservo il mio ruolo, significa che è colpa mia?

No.

Questo è uno dei punti su cui voglio essere particolarmente chiaro, perché parlare di responsabilità personale può facilmente trasformarsi in colpevolizzazione.

Riconoscere un proprio comportamento non significa diventare responsabili dell’intera relazione.

L’altra persona rimane responsabile delle proprie azioni, delle proprie scelte e del modo in cui si comporta.

Dire:

“Mi accorgo che tendo a fare questo”

non significa:

“Quindi tutto ciò che succede dipende da me.”

Ci sono inoltre situazioni nelle quali questa distinzione diventa ancora più importante: controllo, minacce, coercizione, violenza o condizioni di grave sofferenza non devono essere trasformate nella domanda “che cosa sto facendo io per creare questo?”.

In presenza di pericolo, violenza o grave sofferenza è importante rivolgersi ai servizi e ai professionisti competenti.

La possibilità di osservare la propria parte non cancella mai la responsabilità dell’altro.

E allora è colpa della famiglia?

Nemmeno.

Quando iniziamo a guardare ciò che si ripete, può essere molto facile passare da un estremo all’altro: prima era tutta colpa nostra, poi diventa tutta colpa dei genitori, dell’infanzia o della famiglia.

Non credo che nessuno dei due movimenti sia particolarmente utile.

La famiglia è uno dei primi luoghi nei quali sperimentiamo appartenenza, vicinanza, distanza, responsabilità, regole, conflitto e autonomia, quindi è comprensibile che alcune modalità possano risultarci particolarmente familiari.

Ma non tutto viene dall’infanzia, non ogni difficoltà dipende dai genitori e non ogni relazione è una replica della famiglia.

Comprendere la propria storia può essere molto più utile se serve a distinguere:

che cosa ho ricevuto, che cosa ho imparato, che cosa continuo a fare oggi e che cosa oggi posso scegliere.

Non per trovare un colpevole.

Un esercizio: la mappa delle tre relazioni

Prima di domandarti ancora una volta “perché faccio sempre così?”, puoi provare a raccogliere qualche informazione sulla tua esperienza.

Scegli tre relazioni importanti della tua vita. Non devono essere necessariamente tre relazioni sentimentali: puoi scegliere una relazione di coppia, una familiare, un’amicizia o anche una relazione di lavoro.

Per ciascuna prova a completare queste cinque frasi:

  1. Quando temevo che questa relazione potesse cambiare o finire, io tendevo a…
  2. Quando l’altra persona stava male, io tendevo a…
  3. La cosa che facevo più fatica a chiedere era…
  4. Quando volevo dire no, temevo che…
  5. Per sentirmi importante per quella persona, tendevo a…

Ora prova a mettere le risposte una accanto all’altra.

Non cercare immediatamente una causa e non sforzarti di trovare uno schema.

Chiediti semplicemente:

c’è qualcosa che faccio in modo simile con persone molto diverse?

Può darsi di sì, ma può anche darsi di no.

E anche questo è importante: non devi per forza avere uno schema.

Scoprire che tre relazioni che sembravano uguali erano in realtà molto differenti è comunque un’informazione utile.

Non dobbiamo costruire una spiegazione soltanto perché la stiamo cercando.

Capire qualcosa non significa dover cambiare tutto immediatamente

Uno dei rischi che vedo spesso nel modo in cui viene raccontata la crescita personale è trasformare ogni consapevolezza in una nuova regola.

Ti accorgi che ti occupi molto degli altri? Devi smettere.

Hai paura di dire no? Devi mettere un confine.

Aspetti una persona? Devi andartene.

Io preferisco un passaggio in più.

Prima osservare, poi distinguere, poi capire che cosa produce realmente quella posizione nella tua vita e soltanto dopo scegliere.

Prenderti cura degli altri, per esempio, potrebbe essere qualcosa che ami e che vuoi mantenere. In quel caso la domanda non deve diventare:

“Come faccio a smettere di prendermi cura?”

Potrebbe essere invece:

“Come posso prendermi cura di qualcuno senza smettere di occuparmi anche della mia vita?”

L’obiettivo non è costruire la versione opposta di te stesso.

È avere un po’ più di libertà nel modo in cui scegli di stare nelle relazioni.

Dove possono entrare le Costellazioni Familiari?

Quando un tema riguarda relazioni, appartenenza, famiglia, ruoli o situazioni che sembrano ripetersi, le Costellazioni Familiari possono rappresentare una possibile esperienza di osservazione e rappresentazione.

Nel mio lavoro non le utilizzo per stabilire una verità assoluta sulla tua famiglia, non servono a diagnosticare il motivo per cui una relazione non funziona e non mi interessa utilizzarle per affermare:

“Ti succede questo perché nella tua famiglia è accaduto quello.”

Possono invece offrire uno spazio nel quale rappresentare una situazione e provare a guardarla da una prospettiva differente.

Se vuoi capire meglio come lavoro puoi approfondire qui:

Da dove puoi iniziare?

Se ti sei riconosciuto in qualche passaggio di questo articolo, non devi risolvere oggi tutta la tua storia.

Puoi iniziare da una domanda molto più semplice:

che cosa faccio quando temo di perdere un legame, deludere qualcuno o non essere scelto?

Prima prova a verificare se accade davvero, poi chiediti:

questa cosa mi rappresenta ancora oppure sento di non avere più scelta?

Se vuoi approfondire puoi partire dalle pagine Relazioni e famiglia, Costellazioni Familiari o dal Percorso individuale.

Se invece non sai quale possa essere il primo passo più sensato e vuoi raccontarmi brevemente ciò che stai vivendo:

Domande frequenti

Perché ripeto sempre le stesse relazioni?

Non esiste necessariamente una causa unica. Prima di cercarne una può essere utile osservare se, con persone differenti, torni a comportarti in modo simile quando temi conflitto, distanza, rifiuto o perdita.

Perché scelgo sempre lo stesso tipo di persona?

Può darsi che esistano caratteristiche realmente simili nelle persone che scegli, ma può anche accadere che persone differenti vengano vissute attraverso dinamiche simili. Le due cose non sono equivalenti.

Come faccio a capire quale ruolo occupo nelle relazioni?

Puoi confrontare alcune relazioni significative e osservare cosa tendi a fare quando il rapporto diventa incerto: aspettare, adattarti, evitare il conflitto, cercare approvazione, occuparti dell’altro o assumerti responsabilità che non dipendono completamente da te.

Se mi sento in colpa quando dico no significa che sono egoista?

Non necessariamente. Sentirsi in colpa e avere realmente provocato un danno non sono la stessa cosa.

La mia famiglia determina le mie relazioni?

No. La famiglia può contribuire a rendere familiari alcuni modi di stare nelle relazioni, ma non sarebbe corretto attribuire automaticamente ogni difficoltà presente alla famiglia o all’infanzia.

Le Costellazioni Familiari possono dirmi perché vivo queste dinamiche?

Non le utilizzo per stabilire cause certe o verità assolute. Possono essere una possibile esperienza di osservazione e rappresentazione della situazione.

Chi sono

Sono Simone Morretta e lavoro a Milano e online con adulti che stanno attraversando momenti legati a relazioni, famiglia, confini, appartenenza, lavoro e cambiamenti.

Nel mio lavoro utilizzo, quando pertinenti e nei limiti delle mie qualifiche, counseling olistico, Costellazioni Familiari ed Evolutive e altre pratiche esperienziali.

Il filo comune viene prima degli strumenti:

partire dalla persona e da ciò che sta vivendo.

Nota professionale

Non sono medico, non sono psicologo e non svolgo psicoterapia.

Le mie attività e i miei percorsi non sono medici, psicologici o psicoterapeutici e non sostituiscono diagnosi, cure, terapie o percorsi sanitari, psicologici e psicoterapeutici quando necessari.

Simone Morretta — Milano e online

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